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Nonostante molto spesso i disturbi alimentari facciano il loro esordio in adolescenza, negli ultimi anni ci si è concentrati sull’insorgenza precoce (infanzia) sia dei disturbi della nutrizione tipici dei bambini più piccoli, sia dei disturbi dell’alimentazione veri e propri.

Feeding o Eating disorders?

Per riferirsi ai disturbi alimentari nell’infanzia è meglio utilizzare l’espressione feeding disorders (disturbi della nutrizione) in quanto questa definizione si riferisce più alla sfera relazionale, mentre l’espressione eating disorders (disturbi dell’alimentazione) rimanda più alla sfera individuale e quindi dovrebbe riferirsi solo ai soggetti in grado di autoregolare la propria alimentazione.
Secondo alcuni studi circa il 25-45% dei bambini adeguatamente sviluppati e circa l’80% dei bambini con qualche ritardo soffrono di problemi alimentari.
Molti autori hanno anche anche segnalato una correlazione tra disturbi alimentari nell’infanzia e difficoltà da adolescenti o da adulti. In Italia si stima che 1 bambino su 10 sotto i 12 anni soffra di un disturbo alimentare.

I disturbi alimentari nell’infanzia

I 2 disturbi maggiormente diagnosticati nei bambini sono:

  • La pica: ingerire sostanze non nutritive, come ad esempio mangiare la colla
  • Il disturbo da ruminazione: rigurgitare il cibo

Per quanto riguarda i disturbi alimentari dell’età adulta e adolescenziale, l’anoressia nervosa può essere diagnostica dai 7 anni di età. Le caratteristiche di questo disturbo nell’infanzia sono simili a quelle degli adulti, ciò che cambia è l’effetto che hanno sullo sviluppo dell’individuo: i problemi che possono nascere a livello organico possono avere degli effetti gravissimi e irreversibili sullo sviluppo fisico.
A livello psicologico la difficoltà dei bambini potrebbe essere la fatica ad esprimere a parole i propri sentimenti e i propri pensieri.

La maggior parte delle ricerche in quest’ambito si è concentrata nell’età di esordio più frequente (15 anni, adolescenza), è possibile però determinare un’incidenza dell’anoressia nervosa precoce di 0.3 ogni 100.000 casi in bambini nella fascia d’età 0-9 anni e di 17.5 su 100.000 in bambini fra i 10 e i 19 anni.

Cause

Le cause maggiori che portano i bambini a sviluppare un disturbo dell’alimentazione sono:

  • Disagio psicologico come un lutto, o più semplicemente l’arrivo di un altro bambino in famiglia.
  • Disagio fisico, come ad esempio la celiachia, oppure può costituire una manifestazione di un disturbo dello spettro autistico in quanto i bambini autistici sperimentano molto frequentemente la selettività alimentare.
  • Sospensione della normale integrazione tra le funzioni fisiche del bambino e la relazione con il caregiver. Questa integrazione è necessaria in quanto il bambino, nei primi anni della sua vita, non è in grado di provvedere da solo al suo nutrimento.

La classificazione proposta dal DSM-5

Nel manuale diagnostico i disturbi della nutrizione dell’infanzia sono inseriti all’interno del capitolo generale sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Essi sono:

  • Pica: il sintomo più importante è l’ingerimento di sostanze non alimentari per almeno 1 mese. Le sostanze che sono riferite tipicamente sono sapone, colla, carta, capelli e variano in base all’età del bambino e alla disponibilità a trovare queste sostanze. Nonostante ciò non c’è avversione per il cibo di solito.
  • Comportamento selettivo: i bambini mangiano solo alcune categorie di cibo. Queste categorie sono decise in modo casuale in base al colore o alla consistenza, per esempio alcuni bambini mangiano solo cibi verdi, altri solo cibi liquidi e così via
  • Disfagia funzionale: si trova quando il bambino ha sperimentato un trauma legato al cibo, come per esempio un boccone andato di traverso
  • Disturbo da ruminazione: in questo disturbo il bambino rigurgita il cibo (lo rimastica, lo deglutisce ancora o lo sputa) per almeno 1 mese. Il rigurgito non deve essere attribuito a una condizione medica, ad esempio un virus.
  • Disturbo evitante/restrittivo: evitamento o restrizione di cibo per 3 motivi.
    • Mancanza di interesse per il cibo.
    • Evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali.
    • Preoccupazioni per le conseguenza del mangiare. La preoccupazione per il peso o per la forma non è presente.

Alcuni autori hanno contestato questa classificazione in quanto non riesce a coprire tutta la gamma dei disturbi e non tiene in considerazione il contesto. Secondo Davies e colleghi l’ambiente e i fattori genitoriali possono concorrere a influenzare e mantenere questi disturbi.
Gli studiosi si sono concentrati maggiormente sulle cure materne e del caregiver e si è rilevato che le madri di quesi bambini che sviluppano un certo disturbo alimentare sono più controllanti, insensibili, imprevedibili e intrusive, sono meno affettuose e sensibili e utilizzano di più punizioni fisiche e hanno difficoltà nel cogliere i segnali del bambino, infine mostrano rabbia durante l’interazione con i figli.
Degli studi clinici su bambini con disturbi alimentari hanno trovato alti livelli di depressione nella madre, disturbi di personalità, ansia e disturbi alimentari. Quindi Davies e colleghi suggeriscono di considerare il disturbo alimentare come un disturbo relazionale.

  • Alcuni dei fattori che influenzano lo sviluppo di un modello di alimentazione non adeguato sono:
  • Mancato riconoscimento degli stimoli di fame e sazietà
  • Comportamento troppo severo dei genitori in merito alla crescita e al tipo di alimentazione del figlio
  • Incapacità da parte dei genitori di fornire al bambino un contesto alimentare adeguato
  • Comportamento caotico dei genitori

Come prevenire l’insorgenza di questi disturbi?

Restituire al cibo la sua importanza, sia per quanto riguarda la scelta degli alimenti sia per la sua funzione di relazione all’interno della famiglia.
Far assaggiare cibi nuovi ai bambini prima dei 7/8 anni.
Evitare stress legati al cibo, quindi non ossessionarli con il mangiare.
Ascoltare i bambini, vedere cosa hanno da dire.

Come si affronta un disturbo alimentare nell’infanzia?

Affidarsi ad uno specialista (neuropsichiatria infantile o centri specializzati nei disturbi alimentari).
Includere la famiglia nella terapia.
A casa è molto importante non costringere il bambino a mangiare e a non fargliene una colpa se non mangia.

In conclusione

Dato che lo sviluppo e la persistenza di questi disturbi non sono dovuti solo alle caratteristiche del bambino, ma anche a quelle dei genitori e alla loro relazione con i figli, i disturbi alimentari nei bambini dovrebbero essere inseriti in uno scenario più ampio che comprenda anche il contesto familiare.
Ciò porta a delle conseguenze per quanto riguarda la valutazione e il trattamento: oltre a predisporre un team multidisciplinare di professionisti bisogna considerare anche tutto l’ambiente familiare.
Il trattamento risultato maggiormente efficace è il trattamento cognitivo-comportamentale che si fissa l’obiettivo di individuare e modificare pensieri distorti nel bambino e nei genitori affinchè possano modificare anche i comportamenti alimentari scorretti ad essi associati.

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