Il matrimonio: e vissero per sempre felici e contenti. Ci sono volte in cui l’amore muore e lo spazio tra ciò che uno deve avere e l’altro può dare, non coincide più. Le premesse o le promesse non vengono rispettate, le aspettative insoddisfatte danno vita a torti e insulti. Ogni cosa viene usata contro l’altro. L’amore sembra aver lasciato il posto alla rabbia, tanta rabbia che misura 100 km agli occhi di quel bambino che c’è in mezzo al conflitto.

La fine del matrimonio rappresenta sempre un lutto, per la perdita di un progetto di vita, per la delusione di non far più parte di una coppia e per molto altro ancora. Fare famiglia richiede elevati investimenti. Si sa che i genitori, scegliendo di formare un nucleo familiare, si assumono il dovere di garantire le cure necessarie alla crescita della prole, ma hanno anche un enorme influenza sullo sviluppo emozionale ed affettivo dei loro figli.

Per gli adulti e i bambini la separazione corrisponde ad uno stato di sofferenza profonda, di rottura di un equilibrio che cambia l’assetto e porta disorientamento.

Le emozioni dei figli coinvolti in una separazione coniugale sono tante e hanno spesso a che fare con la perdita di senso e della sicurezza. E’ come se il bambino arrivasse al punto di non sapere più dov’è finita la sua famiglia, la sua casa; anche se ora ne ha due di case, per lui è come se non ne avesse nessuna.
La casa è divisa, diviso è l’amore, divisa è la sicurezza e la famiglia, diviso è lui.
Talvolta i figli sembrano non avere manifestazione che si discostano dalla normalità. L’assenza di manifestazioni può far credere che il bambino/ragazzo non si preoccupi di ciò che succede tra i genitori, che sia indifferente a quello che sta succedendo. Invece i figli sono preoccupati di capire che cosa succede, perché i genitori discutono, chi ha cominciato. E’ normale che un bambino soffra per la divisione dei genitori, ed è vitale che sia aiutato a sopportare, meglio che può, tutto ciò. E’ importante che la sua tristezza trovi un modo per raccontarsi.
Il compito del terapeuta non è quello di sostituire la famiglia, ma di affiancarla quando la stessa famiglia non può funzionare bene. Il ruolo allora dello specialista è quello di dare sostegno alla genitorialità con il compito di recuperare quelle funzioni che sono state messe in ombra dal conflitto. Uno degli obiettivi è cercare nuovi canali di comunicazione e soprattutto ricondurre i genitori ad un pensiero comune sui figli. Nessun genitore vorrebbe fare deliberatamente qualcosa per ferire i propri figli, ma talvolta nel conflitto è quello che capita. Spesso la contesa per l’affidamento dei figli avviene con un accanimento tale che i coniugi impegnati nella lotta per garantirsi il titolo di buon genitore finiscono per osteggiarsi e non si accorgono delle conseguenze del loro comportamento sui figli. La conflittualità degli adulti può essere così distruttiva che il bambino si sente responsabile con la propria presenza/ assenza della felicità del genitore. Temono che ciò che provano per un genitore possa ferire l’altro. Pensano: “Se io mi diverto con papà renderò triste la mamma”, come se dovessero scegliere e loro che naturalmente vogliono bene ad entrambi i genitori, provano un grande disagio.
Il momento difficile della crisi coniugale vuole spesso dire che i bambini hanno a che fare con genitori distratti e incentrati inevitabilmente sul proprio ruolo nella vita. Per i bambini vuol dire essere spesso soli e talvolta adattarsi a convivere con un “estraneo”. Di fronte a questa fase critica della famiglia, i figli possono mettere in atto comportamenti regressivi, perdendo l’autonomia raggiunta (per esempio tornano nel lettone), o al contrario si dimostrano ipermaturi e superautonomi (“non ti preoccupare, d’ora in poi sarò io l’uomo di casa” ). Talvolta si allineano in maniera esclusiva con uno dei due genitori e sviluppano una reazione di repulsione ed evitamento dell’altro. A volte si finisce con dare ai figli un ruolo che non dovrebbero avere, di partner, di genitore “… è così sensibile, pensi che è lui che consola me…lei è una bambina forte, non ha mai pianto…”. La sofferenza dei bambini a volte si traduce in sintomi: fobie, disturbo del sonno, dell’alimentazione o del comportamento. Si tratta spesso di comportamenti che cambiano di solito fuori casa, spesso a scuola: bambini distratti, che sottraggono il materiale degli altri, che diventano impertinenti e che attuano atteggiamenti di scherno e derisione. Oppure bambini silenziosi, con “la testa altrove”, che piangono per nulla.
Senza un’adeguata spiegazione e un sostegno costante e sicuro, i figli possono sentirsi soli e tristi, colpevoli (“forse l’ho costretto io ad andarsene”) impotenti (“cosa posso fare io che sono solo un bambino per farli tornare insieme?”) indesiderabili, pensano di non meritare niente(“non pensano più a me, non conto niente e non mi vogliono più”). Tutti i figli di separati sperano nel loro intimo che i genitori tornino insieme, anche da adulti, perché la mamma e il papà insieme rappresentano la stabilità e la sicurezza.

Prevenire la sofferenza è possibile, formulando un progetto educativo in cui i genitori condividono uno spazio mentale in cui collocano i propri figli. Può risultare difficile dare un’immagine buona dell’altro genitore che è stato fonte del proprio dolore, ma è possibile se si tiene ben presente che il bambino deve restare il soggetto di cui prendersi cura, perché “figlio per sempre” di quei due genitori. La coppia decide di mettersi insieme e decide poi di separarsi, il bambino non decide niente; né di avere quei due genitori, né di essere diviso a metà. Non è possibile restituirgli ciò che c’era prima ma è possibile riconsegnare ai figli la loro famiglia, trasformata. Se i genitori restano un buon padre e una buona madre è tutto ciò che al figlio serve. Se continueranno ad occuparsi di lui condividendo le informazioni, permettendo che continuino a frequentare le famiglie di origine (nonni e zii dell’ex-coniuge) pensando che questo sia un loro diritto, senza rancori, essendo presenti agli impegni che lo riguardano, è ciò che basta perché lui torni ad essere sereno.

Il lavoro dello specialista assieme ai genitori è quello di trovare una voce che vada oltre le urla. E’ essenziale presentare ai figli le cose con un linguaggio adatto a loro, spiegando che cosa sta succedendo, proteggendoli dai danni dovuti ai silenzi pesanti, perché “non si sa cosa dire, perché non c’è bisogno di spiegare… perché l’hanno capito da soli…”. Spiegare che c’è un problema nella coppia coniugale toglie i figli dalla confusione e dal continuo impegno mentale che inevitabilmente metterebbero in moto per capire cosa succede tra mamma e papà. Non è necessario spiegare tutto nel dettaglio, anzi si deve mettere un filtro e lasciare che sappiano solo ciò che serve.

Meglio intervenire prima, permettendo agli ex coniugi di trovarsi in uno spazio comune “per il bene dei figli”, ma anche per il loro, in un rapporto cambiato nell’assetto e nei sentimenti, dove non esiste più la coppia coniugale ma deve sopravvivere integra la coppia genitoriale. Farsi aiutare nel costruire questo spazio neutro permette agli ex coniugi di anteporre il loro essere genitori a tutto il resto, permette ai figli di ritornare ad essere la priorità, permettendogli di recuperare il loro inestimabile valore di individui impegnati a crescere.

 

Come contattarci

Il Centro Clinico Clarense è un valido punto di riferimento, nella provincia di Brescia e Bergamo, per il supporto psicologico. Se sei interessato puoi telefonare al numero fisso 030.52.36.107, al mobile 347.07.41.347 o mandare una mail a info@centroclinicoclarense.it per prenotare un primo colloquio gratuito.

 

Psicologo e psicoterapeuta. Si occupa di diagnosi e cura di problematiche psichiche, neuropsicologiche, emotive nell’infanzia, adolescenza, età adulta attraverso la psicoterapia, il sostegno psicologico, la floriterapia e l’ipnosi.

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100 kilometri di rabbia: il figlio del conflitto di coppia
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