Gli eventi critici e i modelli familiari

La famosa giornalista Letty Cottin Pogrebin paragona la famiglia ad un’arancia: ogni sezione è legata all’altra formando un insieme, allo stesso modo però ogni spicchio è separabile dall’altro. In questo senso la famiglia mantiene una sua totalità anche se divisa nei suoi componenti, dove tali componenti presentano caratteristiche psicofisiologiche molto differenti tra loro e sono costantemente in interazione l’une con le altre.
Ogni soggetto entra a contatto con la realtà sociale primariamente attraverso la famiglia, che influenza fortemente anche lo sviluppo della personalità, il ruolo sociale e la formazione dei primi legami di attaccamento.
Il nucleo familiare è caratterizzato da regole e convinzioni, che derivano a loro volta dalle convinzioni dei genitori e che vengono trasmette automaticamente ed inconsciamente attraverso le relazioni. Quando le norme implicite sono eccessivamente rigide si presentano i così chiamati “giochi senza fine”, ovvero limitate modalità di interazione comunicativa che agiscono negativamente sul funzionamento familiare.
Ogni famiglia attraversa fasi di sviluppo e fasi di crisi, che modificano il modo in cui i componenti si relazionano tra loro e di conseguenza i ruoli che essi assumono all’interno del contesto familiare.

Ci sono diversi eventi (definiti eventi critici) che possono influenzare consistentemente il sistema familiare: costruzione di una coppia, lutti (ad esempio morte del coniuge), ri-attribuzione dei ruoli dopo la nascita dei figli (nonna, papà), ri-investimento della coppia dopo la separazione dei figli dalla famiglia di origine, invecchiamento e pensionamento, ecc.
Un altro momento critico che influenza tutti i membri del gruppo familiare è l’età adolescenziale dei figli; in questo periodo delicato si presentano due correnti contrastanti: il bisogno di differenziazione e la propensione all’unione. Il primo è legato al bisogno da parte dell’adolescente di conquistare autonomia ed il secondo è la necessità dei genitori di mantenere il senso di appartenenza e di legame alla famiglia.
Ogni membro in questa situazione deve utilizzare le proprie risorse per potersi adattare al cambiamento e potersi riorganizzare nei nuovi ruoli familiari.
Nel momento in cui i soggetti non riescono ad attingere alle opportune risorse, vengono a formarsi delle relazioni problematiche nel contesto familiare; un modo per limitare la formazione di conflitti all’interno dell’età adolescenziale è mostrare flessibilità ed interesse verso i cambiamenti del figlio; viceversa quando i genitori si oppongono alla necessità di autonomia ed indipendenza del figlio possono scatenare situazioni conflittuali.

I modelli familiari

Ogni sistema familiare inconsciamente privilegia le relazioni che si accordano maggiormente alle convinzioni e alle modalità di comunicazione dei genitori attraverso un processo di reiterazione; analizzando tale interazioni sono stati identificati diversi modelli. Anche se non esiste una correlazione diretta tra patologia e modalità comunicativa familiare, ogni modello descritto in seguito se estremizzato può essere dannoso e può diventare un fattore di rischio per lo sviluppo futuro dei figli.

Modello iperprotettivo

È tipico di una famiglia chiusa e protettiva che vede e considera i figli come fragili; tale visione porta i genitori ad intervenire al loro posto. Questo modello di interazione è il più diffuso nella cultura occidentale d’oggi, nella quale i genitori cercano di ridurre al minimo le difficoltà.
I temi principali delle conversazioni sono sulla salute e sui successi scolastici con lo scopo di anticipare i problemi; in questo modo i genitori si reputano responsabili dei risultati dei figli e ne ostacolano la spinta all’autonomia.
Questo modello può essere associato alla poca differenziazione nei ruoli familiari e all’attribuzione degli esiti ai genitori piuttosto che a sé stessi: ciò influenza l’idealizzazione e la realizzazione degli obiettivi dei figli.
Il messaggio che i genitori fanno passare ai figli è quello di fare tutto perché li si ama, ma ciò viene percepito dai figli come un timore di fare perché non ritengono il figlio capace; questo porta l’adolescente ad arrendersi e a lasciare ai genitori la gestione di tutto. Con il passare del tempo aumenta il senso di debito nei confronti dei genitori che si trasforma da dubbio di non essere in grado all’incapacità di fare.

Modello democratico-permissivo

È il modello tipico delle famiglie in cui non c’è gerarchia, genitori e figli sono allo stesso livello, sono amici; quando si trovano di fronte ad un conflitto si cerca una soluzione condivisa da tutti. I figli vengono coinvolti nelle prese di decisione in discussioni troppo importanti e vengono caricati di eccessiva responsabilità rispetto all’età che hanno.
I genitori hanno la convinzione di avere buoni scambi reciproci con i figli, ma spesso i figli diventano dominanti e capricciosi in quanto i genitori perdono di autorevolezza.

Modello sacrificante

Si presenta quando uno o entrambi i genitori si sacrificano per lasciare il massimo al figlio, il quale a volte si identifica con il genitore, mentre altre invece si comporta da ingrato; se tale sacrificio non viene riconosciuto dal figlio il genitore lamenta la sua delusione. In questo modello spesso i maschi vengono sollevati dagli incarichi domestici e vengono accontentati in tutti i capricci: questo può portarli a sviluppare comportamenti violenti che, come in un circolo vizioso, porta i genitori ad essere ancora più sacrificanti.

Modello intermittente

Una forte ambivalenza caratterizza la comunicazione bidirezionale in famiglia: i genitori sentendosi impreparati oscillano tra rigidità e cedevolezza e non riescono ad individuare la strategia migliore e a mantenerla nel tempo, ad esempio cambiano strategia quando temono di aver preso una decisione sbagliata. I figli sono disorientati da questa instabilità decisionale che continua alternatamente a valorizzarli e a screditarli e tendono a rispondere a loro volta in modo antitetico, a volte sono oppositivi ed altre collaborativi.

Modello delegante

Il genitore tende ad affidare ad amici o parenti il suo ruolo, il figlio di contro viene cresciuto da più membri della famiglia e non riesce a comprendere la differenziazione dei ruoli e ad individuare il modello di riferimento. I genitori spesso compensano i sentimenti di inadeguatezza con beni materiali e mancano di autorevolezza. In età adolescenziale i ragazzi percepiscono i genitori come fratelli e non come punti di riferimento e si relazionano con loro utilizzando strategie finalizzare ad ottenere ciò che vogliono senza rispettare le regole. Allo stesso tempo i figli cercheranno figure autorevoli che possono fornire stabilità e forza che non possono avere dai genitori e svilupperanno però atteggiamenti pericolosi (per mettersi alla prova) o di dipendenza emotiva.

Modello autoritario

In questo modello i genitori sono rigidi e decisi, il contesto familiare è spesso teso e presenta spesso una figura dominante che esercita potere e disciplina (solitamente è il padre) e una figura mediatrice. Le reazioni dei figli possono portarli a ribellarsi o a sottomettersi e quasi sempre è associato ad un allontanamento precoce da casa.
Si può affermare che se le modalità comunicative intra-familiari sono eccessivamente rigide e non vengono attivate le adeguate risorse di adattamento, spesso si generano conflitti e problemi che necessitano l’intervento di una persona esterna.

In Italia le tendenze educative più diffuse sono il modello democratico permissivo e quello iperprotettivo.

Il ruolo della psicologia nel conflitto familiare

Quello che la psicologia può fare per sostenere e ripristinare l’equilibrio familiare è individuare e analizzare le incomprensioni del nucleo familiare e, attraverso specifici metodi, aiutare a fornire una modalità di reazione adeguata ai conflitti per affrontare in modo costruttivo una situazione disfunzionale e per evitare che il problema si cronicizzi.
Per fare ciò lo psicologo cerca di individuare la fase in cui si trova la famiglia nel momento della richiesta d’aiuto e poi cerca di capire come il nucleo ha affrontato e affronta il cambiamento e i momenti problematici ad esso associati.

La psicologia familiare, attraverso l’utilizzo di diverse strategie, indaga come vengono tramandate nelle generazioni e come si ripropongono nel tempo le modalità familiari utilizzate per affrontare i cambiamenti, prestando particolare attenzione alle differenze e alle similitudini che si possono presentare nelle diverse generazioni.
Seguendo l’approccio trigenerazionale si parte ricostruendo il genogramma familiare, dove la coppia è l’elemento centrale attorno al quale ruota il sistema familiare totale; essa è il punto di incontro tra un’asse orizzontale (regole condivise costruite dai membri della coppia) e un’asse verticale (valori culturali e affettivi tramandati nelle generazioni che garantiscono il ricordo di coloro che non ci sono più). La tensione generata dall’incontro di questi due piani è associata al sorgere di problemi nella coppia, che sono dovuti a difficoltà da parte dei soggetti di differenziarsi dalla famiglia d’origine per creare un nuovo sistema di coppia funzionale.

La psicoterapia attraverso un approccio sistemico si focalizza sui processi interattivi e comunicativi dei membri della famiglia, oltre che sull’infanzia e sugli aspetti intrapsichici dei singoli soggetti; in questo senso ogni comportamento funzionale o patologico risulta in funzione delle relazioni. L’intervento è focalizzato a riorganizzare e riattivare le risorse già presenti in famiglia mirando alla riduzione della sofferenza familiare e producendo cambiamenti positivi.

Psicologa e psicoterapeuta sistemica. Si occupa sia di problematiche riconducibili a un disturbo psicologico (problematiche alimentari, disturbi d’ansia, fobie) sia di disturbi appartenenti alla sfera relazionale e familiare (conflittualità familiari, momenti di difficoltà relazionale o personale).

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