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Rischio di infarto o ansia da infarto?

Alcuni pazienti sperimentano una forte paura e preoccupazione di avere un infarto, nonostante le visite mediche ne escludano il rischio. È comune che essi riportino diversi sintomi fisici, tra i quali: vampate di calore, tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato. Ad essi è spesso associata la paura che il “cuore stia impazzendo”, che “possa smettere di battere” e da stati di perenne ansia.
In questi casi, quindi, i pazienti esprimono una forte paura riguardo a sintomi sperimentati a livello fisico, che successivamente vengono sostenuti e alimentati da pensieri disfunzionali riguardo ad essi. I pazienti hanno il timore che il cuore possa arrestarsi improvvisamente e che possa insorgere un infarto. Questi timori derivano dall’interpretazione erronea di alcuni sintomi fisici specifici.

A livello scientifico, che relazione esiste tra ansia e rischio di infarto o malattie cardiache?

L’infarto miocardico acuto si sviluppa a seguito di un occlusione di un’arteria coronarica, che determina la morte delle cellule cardiache a causa dell’assenza di ossigeno. L’infarto è caratterizzato da una sensazione di oppressione e di forte peso a livello retrosternale. Il dolore può irradiarsi al braccio sinistro o verso la spalla, alla bocca dello stomaco o al collo e alla mandibola. Inoltre, può essere accompagnato anche da difficoltà respiratorie, nausea e sudorazione.
Questo attacco doloroso (angina pectoris), che segnala l’infarto, viene percepito dal paziente come atroce ed è associato ad una sensazione di morte imminente che può durare da 15 a 30 minuti circa.

Sulla base di queste informazioni, diviene opportuno definire alcuni aspetti fondamentali per inquadrare i casi in cui vi è necessità di un intervento psicologico:

  • Le visite mediche. Il paziente segnala di essersi sottoposto a visite mediche che hanno escluso il rischio di infarto. Questo permette di fare una diagnosi differenziale e di impostare un lavoro cognitivo per ridurre i dubbi relativi.
  • I sintomi. Il paziente non sperimenta angina e, nonostante i sintomi lamentati siano simili a quelli cardiaci, essi non hanno l’intensità che caratterizza l’attacco cardiaco. Inoltre, il paziente riferisce pensieri e convinzioni che tendono ad alimentare i sintomi fisici (ad esempio “sono sicuro di correre di infarto e mi sento ancora peggio”) e che sembrano sparire in modo improvviso senza che l’infarto si sia mai verificato.
  • L’origine del problema. Spesso, se si presta attenzione alle parole del paziente, è possibile identificare il suo tentativo di identificare l’origine del problema (ad esempio, “continuo a pensare che il mio cuore non funzioni bene, soprattutto da quando a mio padre è stata diagnosticata un’insufficienza della valvola mitralica”). In questi casi, questa notizia può diventare, per il paziente, fonte di minaccia per la propria sopravvivenza e, quindi, oggetto di continui pensieri ansiosi e preoccupazioni.
    Dal momento in cui si esclude la possibilità che il paziente sia esposto a un reale rischio di infarto cardiaco, quello che il paziente sta riferendo è una sintomatologia ansiosa che deve essere gestita attraverso un intervento clinico.

Ansia, paura e percezione di minaccia

Il paziente spesso può riportare paure e ansie, le quali, nonostante abbiano delle somiglianze, sono diverse tra loro.
Paura e ansia sono entrambe caratterizzate da aspetti cognitivi, riguardanti la percezione di imminente pericolo; e aspetti somatici, ovvero reazioni e sintomi fisici specifici. Tuttavia, esse hanno delle differenze.

La paura segnala un pericolo imminente e una reale minaccia per un nostro obiettivo o la nostra sopravvivenza e, quindi, mobilita tutto il corpo affinché si prepari a reagire al pericolo: il battito cardiaco e la frequenza respiratoria aumentano, la digestione si blocca e il sangue viene diretto verso le estremità del corpo. Queste reazioni fisiche, sebbene simili a quelle dell’ansia, sono molto più intense e si verificano di fronte ad un oggetto o una situazione specifica.

L’ansia, invece, è data dall’interpretazione erronea della realtà, che viene percepita come minacciosa e dalla percezione di non essere in grado di affrontare la situazione. In questo caso la persona tende a mantenere uno stato vigile e di allerta, in modo da tenere sotto controllo l’ambiente per individuare anche il più piccolo segnale di pericolo. Inoltre, l’attenzione che rivolgiamo all’ambiente esterno è selettiva, in quanto la nostra mente è più portata a individuare e sovrastimare i segnali negativi e a ignorare quelli positivi che potrebbero tranquillizzarci.
L’ansia porta la persona a interpretare i dettagli dell’ambiente come minacciosi e ad accompagnare questa interpretazione con convinzioni del tipo: “è spaventoso, non sono in grado di gestirlo”. Questi pensieri non fanno altro che ampliare i sintomi fisici dell’ansia e influenzare l’interpretazione dell’ambiente esterno, che verrà percepito in modo sempre più pericoloso. Si verifica, quindi, un errore metacognitivo per cui un’attivazione emotiva che ha la semplice funzione di segnale di allarme viene interpretata come un pericolo reale. Questo è quello che ci permette di discriminare tra ansia, intesa in senso adattivo, e disturbo d’ansia.

Cosa contribuisce a mantenere l’ansia?

Un sintomo caratteristico dell’ansia e che contribuisce a mantenerla è il rimuginio (o “worry”). Esso consiste nella continua autoripetizione verbale negativa della paura di possibili conseguenze negative, interpretate come incontrollabili e irrimediabili. Questo fenomeno prevede un’attività mentale molto impegnativa, in cui gli eventi futuri vengono previsti in termini negativi e catastrofici. Di conseguenza, la persona tenderà a mettere in atto comportamenti di fuga o evitamento dell’evento, i quali hanno l’effetto immediato di ridurre i sintomi ansiosi ma, a lungo termine, sostengono e rinforzano le credenze di minaccia dell’ambiente e di incapacità di gestione della situazione.

Relazione tra ansia e rischio di infarto o malattie cardiache

Per quale ragione i pazienti ansiosi concentrano la propria paura proprio sul cuore? Esiste davvero una relazione tra ansia e rischio di infarto o malattie cardiache?
Vari studi hanno indagato questa possibile relazione. In particolare riguardo a:

  • Trombogenesi: livelli elevati di ansia, con il conseguente aumento dei livelli di catecolamine, possono contribuire all’aggregazione piastrinica e quindi alla formazione di trombi.
  • Aritmogenesi: l’aumento dell’attivazione del sistema simpatico causato dall’ansia può portare ad un aumento dell’aritmia cardiaca in pazienti già cardiopatici.
  • Aumento della richiesta cardiaca di ossigeno: l’ansia tende ad aumentare la frequenza cardiaca e altera l’equilibrio tra la quantità di ossigeno richiesta dal cuore e quella fornita dal sistema circolatorio.
  • Ischemia cardiaca: molti studiosi hanno riscontrato che i pazienti che hanno avuto un infarto avevano livelli di ansia più alti immediatamente prima dell’episodio rispetto alle 24 ore successive. Inoltre, l’ansia può causare repentini cambiamenti nella pressione sanguigna e la rottura delle placche arteriosclerotiche.
  • Anomalie del sistema nervoso autonomo: l’attività del cuore è regolata da due componenti del sistema nervoso autonomo, ovvero il sistema nervoso simpatico e il sistema nervoso parasimpatico. L’ansia provoca il rilascio eccessivo di catecolamine da parte del sistema nervoso simpatico, le quali arrivano direttamente al cuore. È stata riscontrata una positiva correlazione tra livelli di catecolamine nel sangue e cambiamenti della frequenza e del battito cardiaco e della pressione sanguigna.
    Inoltre, l’attivazione del sistema nervoso simpatico e dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene provocati dall’ansia sono importanti fattori di rischio di infarto per pazienti che ne hanno già avuto uno.

Tutti questi dati ci permettono di comprendere la correlazione esistente tra ansia e rischio di infarto. Questa relazione è stata esplorata secondo due prospettive:

  • Ansia come fattore di rischio per l’insorgere di malattie cardiache,
  • Ansia come fattore di rischio di recidiva in pazienti già cardiopatici.

Nel primo caso, gli studi hanno evidenziato che diversi disturbi d’ansia, come gli attacchi di panico e le fobie, possono predire l’insorgenza di infarto e casi di mortalità dovuti a malattie cardiache. Tale relazione, inoltre, è risultata indipendente da altri fattori di rischio di infarto.
Nel secondo caso, gli studi appaiono contrastanti. Nonostante ciò, vi è un forte accordo riguardo al fatto che l’ansia sia, in primo luogo, un ostacolo per la guarigione fisica.
Una ricerca ha dimostrato che livelli elevati di ansia, in seguito ad un infarto, sono legati a numerose complicazioni durante il ricovero ospedaliero, quali, ad esempio, aritmia letale, ischemia permanente e episodi di recidiva dell’infarto. Inoltre, in questo caso, i paziente tendono a trascorrere periodi più lunghi in ospedale, riprendono l’attività lavorativa meno frequentemente rispetto a chi ha bassi livelli di ansia, e incontrano maggiori problemi nella ripresa dell’attività sessuale.
Inoltre, l’ansia sembra rappresentare un ostacolo anche nell’adattamento psicosociale alle patologie cardiache, in quanto i pazienti ansiosi incontrano maggiori difficoltà nell’apprendimento delle informazioni riguardo i cambiamenti nello stile di vita successivi all’evento cardiaco e, a causa di ciò, faticano a mettere in atto questi cambiamenti, esponendosi a un maggior rischio di recidiva.

Una revisione della letteratura ha evidenziato l’interconnessione tra disturbi d’ansia, depressione e ostilità, e il fatto che essi siano considerati, nel loro insieme, fattori di rischio di infarto e malattie cardiache.
Un’altra ricerca ha concluso che livelli elevati di ansia a seguito di un infarto sono maggiori nelle donne rispetto agli uomini.
Inoltre, una ricerca ha rilevato che i pazienti con malattia cardiaca e disturbo d’ansia presentano un 74% di rischio di infarto o altre malattie cardiache in più rispetto ai pazienti con sola malattia cardiaca.

Conclusioni sulla correlazione ansia-infarto

In conclusione, l’ansia può essere una risposta normale ad un episodio stressante, come un infarto. Tuttavia, nei casi in cui l’ansia abbia livelli troppo elevati o persista a lungo, essa può portare a conseguenze molto negative per la salute, sia fisica che psicologica.
Dunque, risulta di fondamentale importanza riconoscere i disturbi d’ansia come un fattore di rischio di infarto, e includere nella pratica clinica un’analisi psicologica dei pazienti cardiaci.
Aiutare il paziente a ridurre i livelli di ansia, inoltre, è fondamentale anche per evitare che il disturbo d’ansia diventi un fattore precipitante nella patologia cardiaca.
Quindi, una volta riconosciuta l’ansia, sarà opportuno intraprendere un percorso psicoterapeutico cognitivo-comportamentale, che si è dimostrato il più efficace per il suo trattamento.

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